“Non esistono più gli uomini di una volta”

Dopo l’ennesimo scontro-farsa sul “femminismo vs maschilismo” da social, mi sono reso conto di come gran parte delle cosiddette femministe non si rendano conto di quanto sia complessa la vita di un maschio.

Non dico più o meno complicata, ma direi almeno comparabilmente complicata.

Ci pensavo mentre una ragazza affermava che tutti gli uomini sono potenzialmente dei “rapist”, degli stupratori. Questa frase mi ha fatto sentire immediatamente colpevole senza un perchè. La tizia continuava dicendomi che avrei dovuto dissociarmi dal mondo maschilista in maniera imprecisata, dicendo non so quale frase o compiendo chissà quale azione.

Ho percepito per un attimo quella sensazione di smarrimento che prende un mussulmano qualsiasi quando gli si dice che deve dissociarsi dai terroristi.

Mi è parso di capire che per una femminista faccio parte di una specie di società segreta di esseri umani naturalmente forniti di pene che gestisce il mondo da dietro le quinte e che combatte una guerra quotidiana contro le donne per il predominio sul pianeta;
vivo una vita fantastica perchè sono un uomo e tutto mi sarà dovuto finchè una marcia rosa rimetterà in pari le cose e farà di me finalmente un comune essere umano.

La verità è che, dal mio personalissimo punto di vista, anche per gli uomini è dura. La società, fatta di uomini, donne e tutte quelle altre sigle, che non ho ancora capito bene cosa vogliano dire, delineano un modo di essere “maschio” che prescrive un binario di comportamento decisamente contrastante e sopratutto insostenibile.

Non voglio fare una lista da sito internet di bassa lega ma esporrò un po’ di punti lasciando molto al non detto.

Quando sei un bambino DEVI fare l’ometto, non puoi avere paura, non puoi piangere, non puoi fare un sacco di cose. Devi essere, devi provare a diventare come l’eroe televisivo, devi essere capace di giocare ad almeno un gioco di squadra, devi essere forte, devi saper menare le mani.

Quando cresci man mano quei “devi” sono ormai parte integrante del tuo carattere e ti spaccano da dentro perchè a volte anche un uomo ha bisogno di poter parlare, di potersi confidare, di scambiare un abbraccio e di poter dire “non ce la faccio”.

Quando arrivi alle scuole medie è l’eplosione della dicotomia tra quello che sei e quello che devi. Ti scontri con l’altro sesso che di tutti questi paletti ne fa un gioco, perchè qualcuno che è riuscito a non farsi incastrare e che sa essere emotivo alla fine c’è sempre.

Quest’ultimo  diventa l’emarginato, nessuna vuole un ragazzo che sia pavido, incapace di saper prendere in mano la situazione. E quegli uomini man mano diventano invisibili, diventano degli adulti che ritrovi nei bar a giocare alle macchinette e che diventano dei pezzi di carne inerte, insondabili ma anche loro dotati di un animo che li ha fottuti troppo presto.

Solo perchè hai un cazzo nessuno ti aiuterà mai, sei tu quello che deve aiutare, sei tu quello che deve fare il gentiluomo.

Se sei tu che se hai bisogno di una mano diventi irrimediabilmente l’incapace. Per tutto il resto sei e sarai sempre un invisibile.

Poi diventi un adulto e magicamente ci si aspetta da te sia l’essere emotivo, sia l’essere sicuro. Diventare quel personaggio inventato dai film del maledetto “uomo di una volta”.

Per me l’uomo di una volta era mio nonno, poche parole, lavoro tutti i giorni e un bicchiere di vino al pasto, non ha fatto mancare mai niente alla sua famiglia, non l’ho mai sentito lamentarsi e non ho mai saputo come intendesse la vita, quali fossero i suoi sogni.

Poi ti dicono che il clichè della donna-oggetto modella la metà femminile. L’uomo deve scontrarsi con l’ideale del maschio da film, da commedia romantica. Il 90% delle cose che si vedono succedere in un film romantico manderebbero in carcere per stalking e stupro chiunque tentasse di provarci nella vita reale.

Devi scontrarti col fatto che devi essere sempre pronto a scopare, non può non andarti perchè se no non sei un vero uomo, quella sera non puoi avere il pisello moscio altrimenti non sei maschio. La più grande paura di un uomo etero è quella di non riuscire a letto e di subirne lo scherno.

Ma da questo non è nato alcun movimento per i diritti del cazzo, per il diritto starsene tranquillo. Di questo non puoi parlarne con nessuno, non puoi dirlo nemmeno ai tuoi amici.

Non puoi andare in giro da solo perchè la gente darà per scontato che tu sia lì per rappresentare un pericolo, se sei su un marciapiedi e una donna è sullo stesso lato della strada, sei automaticamente un rapinatore o uno stupratore ed è frustrante non poter essere un semplice essere umano che cammina da solo.

Nessuno si alzerà per lasciarti il posto, nessuna capirà che un sorriso non ti permetterà di ottenere un passaggio o un aiuto, nessuna potrà mai capire la fatica di tutte queste cose messe insieme.

C’è sempre qualcuno che ti dice: fai l’uomo!
Come se mai si potesse dire a qualcuna:”fai la donna!”

Non è un testamento spirituale, né tanto meno una polemica, è solo un testo per aiutare a capire che a me il femminismo da social fa ridere perchè una donna femminista leggendo queste frasi così vere per me finirà per riderne a sua volta.

“NON CREDERETE A QUELLO CHE HANNO DETTO” ovvero: Come un vecchio meme!

DaveVomitMacC’era un vecchio meme che recitava “Non è che internet rende stupidi, semplicemente rende la stupidità altrui più accessibile” più o meno. Ovviamente anche la propria stupidità diventa più accessibile e di conseguenza siamo/sono in dovere di estrinsecarla il più possibile.

Tutti hanno una loro identità virtuale che aderisce più o meno all’essere umano che le sta dietro. Ma dentro l’essere umano alla fine che cosa c’è? A volte ho l’impressione di scontrarmi con dei cumuli di superficiali vuotezze che ambiscono al calore della notorietà di una quindicina di like. Per cui vale bene una foto di un culo, l’ultima pasta al forno oppure una foto di bambini. Ho scoperto, facendo una breve analisi comparativa, che in realtà le foto dei vecchi, corredati di proverbi popolari in commento, fanno più like dei bambini; ma meno dei gatti. Viviamo di questo.

Le notizie? Contano solo se sono corredate dell’immancabile titolo “NON IMMAGINERETE MAI COSA SUCCEDE IN QUESTO VIDEO”. Alla fine leggere implica fatica, farsi un opinione implica doppia fatica, incastrare le parole per farne opinione da divulgare è una fatica al cubo. Risultato finale: cazzate a valanga!

Se prima si diceva “morto un papa se ne fa un altro” ora non è più così perché morto un papa se ne fa un hashtag da paura e ti trovi arricchito di una decina di follower in più. Sono triste perché probabilmente sono anche io così. Solo che, a quanto pare, ho la capacità di rendermene conto. Vorrei proprio essere uno di quelli che si fa i selfie e riesce a sorridere ad una fotocamera, a fare la faccia simpatica. Io li invidio ma non ci riesco a sorridere ad un cristallo dentro un pezzo di plastica solo perché “oh dai, facciamoci ‘na foto!”. Faccio fatica a meno che non stia sorridendo per davvero, per qualcosa di vero.

Internet ci ha instupidito? No, semplicemente non c’è un ente o un auctor che spinga verso una direzione preferenziale di miglioramento comune. Ognuno spara un po’ in giro finchè non ha un minimo di successo con un argomento che diventa il suo “MAIN TOPIC”. Veleggiamo nel mare delle stronzate, anzi ci affoghiamo con un discreto piacere bagnandoci in un’acqua priva di profondità di pensiero.  L’importante è la sensazionalismo del post. Poco importa che sia vero, che sia sentito.

In questo bailamme l’unico scorcio di verità sembrano essere quei commentatori incattiviti che riscuotono successo su twitter: inneggiando pomposamente al taglio della testa metaforico del personaggio sotto attacco. Esistono programmi televisivi che hanno proprio come loro apice quello di leggere commenti sotto le pagine dei rappresentanti della mediocrità popolare.

E alla fine il vortice del nulla ci prende tutti. Questo blog compreso.

Un uomo e una donna il 13 di Febbraio

Ho alzato lo sguardo ed era tutto dannatamente come le altre volte. Mi ero ripromesso di non farlo mai più ed ogni volta ricado nei miei modi di fare del cazzo. Ho alzato lo sguardo e sono le 5 di mattina, nessuno in giro, piove e non ho l’ombrello, fa freddo, le mattonelle di cemento rossastre della strada, nella penombra dei lampioni, si ripropongono sempre uguali, geometrie dall’intreccio misterioso. Per lo meno questa volta la via è nota e non devo procedere con il mio senso dell’orientamento, fin ora appena sufficiente.

La stradina è quella che costeggia un fiumiciattolo dove in ben altre occasioni e condizioni mentali vengo a sudare i miei guai. Sono stanco, la testa mi scoppia ma accendo lo stesso l’ultima sigaretta. Immergo la testa nella nube di fumo che ho appena espirato e che nell’aria ferma e umida rimane lì, ad aspettarmi. Ripercorro mentalmente il tempo di una notte il cui filo conduttore è stato il caos. Esci per dieci minuti per andare a vedere una mostra e salutare qualcuno che conosci e ti ritrovi in un altro punto di Milano a contemplare la pioggia su di un balcone al settimo piano. Dentro c’è una festa, c’è spensieratezza, c’è lei. Io non sono spensierato.

Bevo un po’ di vino, comprato a 3,50 € dal Bangla di Via Padova. Fa letteralmente schifo. Sapore metallico.

Mi cerca e beviamo un po’ assieme, finisco per parlare con persone inutili di cui non mi interessa assolutamente alcunché ma sono bravo con le domande di rito e con le risposte ironiche. Probabilmente nutro per loro lo stesso disprezzo che riservo agli ostacoli, sono ostacoli che mi tengono a distanza. Mi fanno perdere tempo. Ma sono solo una buona scusa per prendere tempo. Non ricordo nessuno dei loro nomi, non sono importanti. Arriva la polizia, il casino è troppo anche per via Padova. Direzione Atomic. Non ci sono mai stato ed è un garage con dentro un DJ; è un posto dove ho lasciato il giubotto di pelle e una borsa e non mi hanno rubato nulla ed ho avuto la conferma che dei rocker ci si può fidare! Ballo da solo, ballo con lei, ballo con le sue amiche ma guardo lei.

Parte una canzone che conosco, che conosce pure lei e penso: ma che me ne frega io la bacio! E poi come i bambini delle medie faccio finta di niente, lei ci riesce forse anche meglio. Sono ormai le 4, lei è ubriaca persa e il cazzone di turno ci prova con lei. Io mi scoccio di provarci, sono abituato male e lo sapete… Ma il cazzone lo tengo sotto controllo, lei non sembra andarci troppo dietro. Sono amici del resto…proprio come lo sarei io.

La accompagno a casa, è proprio ubriaca da non reggersi in piedi, potrei stringerla in una mano, dirle qualsiasi cosa, promettere, mentire o semplicemente appoggiare una mano callosa sulla sua guancia e darle un bacio e invece penserei che mi bacerebbe solo perchè non potrebbe tirarsi indietro, sento che ci sarebbe qualcosa di sbagliato. La strada è lunga e parliamo di tanta di quella buona roba, stranamente sono interessato come mi capita poche volte ma nel frattempo siamo già arrivati al suo portone: buonanotte, un bacio sul cappuccio peloso che le copre le guance, buonanotte ancora.

Sono sulla strada di casa e piove. Come tutte le altre volte.

Diario di un temporeggiatore

Ogni tanto si presenta qualche grande occasione, un incontro fortuito, una condizione favorevole o semplicemente si ha del tempo per fare quello che si vuole. Sono un genio nel creare tutte queste premesse. Sono bravo nel creare situazioni, nell’andarmene a cercare. Ogni tanto riesco pure ad essere fermo nelle mie decisioni. Il più delle volte sono la persona peggiore di tutte: Il temporeggiatore.

Essere un temporeggiatore è la condanna psicologica delle persone che sono abituate a vincere e che non vogliono assolutamente perdere.

Vuol dire pianificare, aspettare il momento adatto a fare un guizzo, il colpo di reni risolutore. Il vero casino dell’essere temporeggiatore è che, fingendosi intelligente, il soggetto vuole avere tutte le carte in mano prima di fare la sua mossa. Un tizio del genere è uno che vive la vita come un gioco degli scacchi, deve prevedere già le prossime 2 o 3 mosse di chi gli sta intorno prima di iniziare a farne una lui.
Ovviamente con gli esseri umani prevedere, o almeno provarci, è assolutamente impossibile e quindi questo idiota di temporeggiatore aspetta, aspetta, prende nota ma non guizza mai.

È una di quelle persone che ha letto “l’arte della guerra”, le frasi di Quinto Fabio Massimo che era un gran rompicoglioni, tanto da passare alla storia come Cunctator, e una serie di altri libelli inutili.

Colui che capisce quando è il momento di combattere e quando non lo è, sarà vittorioso...

Colui che capisce quando è il momento di combattere e quando non lo è, sarà vittorioso…

Influenzatone non riesce a concepire una vita tranquilla in cui lui fa quello che vuole, perché lui diventa sempre più sé stesso in base a quello che ottiene (questa segnatevela).

Perché alla fine temporeggiando si ha sempre ragione, si può sempre dire:” hai visto?” oppure  “sapevo che non avrebbe funzionato quella roba lì”.

È bello poter dire che si poteva fare tanto, che si poteva andare in America quel giorno invece di rimanere al bar, che si avevano le capacità per diventare un perfetto scrittore, un musicista o un obeso. Quello che poteva essere, in potenza, è sempre più figo, luminoso e scintillante di quello che diventa atto. In ingegneria o economia si potrebbe chiamare rendimento.

Comunque incapace di prendere decisioni ne prende una grossa, dicendo a sé stesso: non sarò più un temporeggiatore.

Via Padova, un mondo (dis)integrato in una strada

Io vivo a Milano, vivo vicino via Padova. Per chi non fosse di Milano o semplicemente ignorasse questa strada, cui sarebbe più corretto riferirsi come ad un’entità più che ad un luogo, rappresenta l’ammucchiata multiculturale più varia nel capoluogo lombardo.  Passeggiarci, viverci e fare la spesa implica l’attraversamento di almeno 4 continenti con relativi tratti somatici, profumi, linguaggi e caratteri sulle insegne.

Quello che passano sui giornali e televisioni, su questa via, è un modello di integrazione, vitalità culturale, tolleranza e un sacco di blabla buonista e retorica da foglietto del catechismo.

La realtà è molto più schematica, meno poetica e soprattutto molto più umana.

Si potrebbe parlare di integrazione qualora si organizzasse uno stile di vita comunitario, delle attività tali da far sciogliere tutti i microgruppi, suddivisi per etnia, in un unico macrogruppo che vive in armonia. Io non dico di andare in via Padova (simbolo nazionale) ma di andare in qualsiasi altra strada di qualsiasi altra città e iniziare ad indagare su questa parola: Integrazione.

Abbiamo dato alla parola integrazione un significante senza avere bene in mente quale dovrebbe essere il significato. Perché, a pensarci bene, non siamo integrati nemmeno tra noi, non dico italiani (che sarebbe solo un sottoinsieme), ma nemmeno tra condòmini, o addirittura tra le famiglie.

Si parla di integrazione come di uno schema da seguire per raggiungere la felicità. Naaah non funziona mica così, gli esseri umani sono molto più complessi dello schema in cui vogliamo inserirli.

Quello che abbiamo visto fin ora è stato più che altro il cozzare di vari gruppi con peculiarità differenti che semplicemente si ignorano a vicenda, con un discreto successo. Il successo dell’integrazione potrebbe nascere dall’interazione delle generazioni che crescono su un terreno comune, che fanno esperienze insieme, condividano gli stessi valori e che maturino un punto di vista mediato tra quello dei singoli gruppi di appartenenza. Dovrebbe svilupparsi una cooperazione per il raggiungimento di un obiettivo comune, che io individuo nel creare le condizioni per avvicinarsi alla felicità di ognuno.
Non è un problema di “razze”, etnie o colori. È un problema di abitudini, è una questione di singoli.
Bellissime parole. In tutto questo  ragionamento lo Stato (secondo me ) c’entra pochissimo, c’entra la voglia dei singoli di darsi da fare, di uscire e mescolarsi. Di certo lo Stato non può imporre un sistema che regoli i  desideri dei cittadini. Potrebbe emanare delle leggi che puntino ad evitare la formazione di ghetti, ma la tendenza è pur sempre quella di avvicinarci a chi ci somiglia, ovviamente. Come i casermoni nelle periferie suddivisi per regionalità: i campani, i calabresi, i pugliesi.

Basterebbe iniziare, senza esagerazioni innaturali, dicendosi almeno buongiorno, almeno ai vicini beccati nell’ascensore, chiunque essi siano…

Basta il pensiero (?)

I regali di natale sono una cosa splendida. I regali in generale sono una cosa splendida. Un bel giorno diventi abbastanza vecchio da non essere più considerato un incapace bisognoso degli sforzi altrui per l’acquisto di cose utili. Quel giorno è il giro di boa. È il natale in cui invece di videogames, maglioni con fantasie natalizie e libri, inizi a trovare delle bustine con dentro del denaro. Il cash non sonante, quello che in america direbbero “malloppo di verdoni”. Le prime volte che mi hanno regalato dei soldi è stato fantastico, mi sentivo come se avessi ricevuto il mio primo stipendio: bruciato nel giro di un paio di giorni in cazzate e aperitivi offerti a destra e a manca. Eppure se mi guardo attorno scopro che le cose che ora per me hanno più valore e che mi caratterizzano maggiormente sono proprio quei regali “solidi”. Dei regali, soprattutto dei peggiori, ci si ricorderà in eterno. Provate a ricordare “quanto” vi hanno regalato ogni anno e ricadrete più o meno sempre nella stessa cifra.

uno dei regali più odiati dal 1980

uno dei regali più odiati dal 1980

Dopo un po’ ho iniziato a sperare di non ricevere più soldi in regalo. Non ne vorrei più, vorrei anche dei regali orrendi, brutti che a mio avviso hanno più valore dei soldi. I soldi passano, si spendono mentre i regali hanno un valore: hanno al loro interno il tempo occupato dalla preoccupazione di prendere qualcosa che abbia un senso, il tempo di uscire di casa e scegliere, l’impacchettamento e il biglietto d’auguri.

Se volete regalarmi qualcosa datemi qualcosa che è veramente vostro, il vero senso del regalo:il tempo.

e se non avessi più paura?

È sempre un problema di coraggio. L’altra notte c’è stata una rapina sotto casa e nessuno ha fatto alcunché. Nessuno ha fermato il ladro. È un problema di coraggio. Io ero decisamente lontano. Il coraggio putroppo è una scelta che bisogna fare in maniera sentita, consapevole. Nessuno nasce coraggioso, anzi di sicuro io non lo sono nato. Avevo paura dei gatti, del buio e di un sacco di altre cose divertenti tipo un tizio in armatura nera che di notte, immaginavo, si metteva in giro per casa per evitare che io mi alzassi a far rumore. Sono sicuro che nessuno mi avesse inculcato questa paura eppure ricordo il giorno, anzi la notte, in cui ho deciso di alzarmi lo stesso e di affrontarlo. Non c’era assolutamente nessuno ma io ero pronto. Avrò avuto si e no 7 o 8 anni. È quella notte che ho realizzato cos’è il coraggio per me. Pian piano ho eliminato le mie paure più grandi in maniera razionale e studiata, forse troppo.

C’è una paura che si elimina in maniera strana, atipica e forse sbagliata ed è la paura più grande per un essere vivente. La paura di morire. So che i nazisti avevano fatto degli studi per eliminare la paura nelle persone che componevano le SS insegnando il disprezzo per la vita, dando la forza di fare imprese eroiche o esecrabili senza lasciare in loro strascichi psicologici di sorta.

Avete mai sentito nelle ossa il brivido profondo e ancestrale della paura di morire? Avete mai sentito dentro di voi quella scintilla che fa divampare la consapevolezza: “è finita!”?

Sopravvissuto ad una esperienza al limite mi sono ritrovato forse senz’anima, forse solo senza paura. Una crisi di pianto e non ho avuto paura più di nulla perchè di nulla mi importava più. Ho sempre trovato confortante il pensiero che in realtà tutto quello che stavo, e sto, vivendo sia niente più che un extra che mi è stato concesso in regalo e che invece sarei dovuto morire quella volta lì. Quindi mi capitano un sacco di cose strane e interessanti che non elencherò, nè elargirò gratuitamente. Quando non hai più paura va bene tutto, ti vai a cercare i casini appositamente per capire se hai la capacità di provare ancora qualcosa, vanno bene le risse, vanno bene le sbronze e vanno bene i gesti generosi. Per me finiscono tutti nello stesso calderone di atteggiamenti inadatti ad una persona che ha paura, adatti a me. A volte è una merda davvero. Ti svegli e pensi: “ah, sono ancora vivo”.

Se potessi scegliere forse vorrei ancora avere quel poco di paura per farmi agire con meno avventatezza, per avere la forza di prendermi cura di qualcosa, qualcuno e perfino di me. Non so perché sono finito a scrivere sta roba in realtà volevo fare un discorso generale.